Un giorno al museo.

Io adoro viaggiare e, di conseguenza, quando sono in una città mi faccio almeno una capatina in un museo del posto, oppure programmo una gita con l’obiettivo di visitare una mostra temporanea o un museo di particolare rilevanza. Detto, fatto. Un mese fa, durante la mia permanenza olandese, mi sono fatta un giretto di due orette abbondanti al Gemeente Museum di Den Haag, dove ho potuto ammirare  collezioni ed opere che mi hanno tolto davvero il respiro. Esageraaaaaata! Soffrirò della sindrome di Stendhal?! Magari ne soffriamo un po’ tutti davanti a delle creazioni che non ci aspettavamo potessero esistere o addirittura superano la nostra immaginazione.
E così ho potuto deliziarmi con opere di Rembrandt,Vermeer e i grandi classici della Mauritshuis, Hans van Bentem e la sua collezione “Keep on Dreaming” davvero onirica, le collezioni private che mi hanno davvero colpita con pitture e sculture moderne, la Summer Expo, la collezione dedicata all’oro di Java, le porcellane del 1700 fiammingo e la moderna architettura con riproduzioni di Rietvelt, Mondrian e i seguaci de “De Steijl“. I miei occhi non sapevano più dove guardare! Ma lasciamo parlare le immagini per me…


Davvero una bellissima esperienza che ovviamente consiglio a tutti gli appassionati e non!

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Rape e cioccolato.

Un’accoppiata vincente per dei curiosi muffins da proporre come dessert accompagnati da una pallina di gelato o accanto alla vostra tazza di te o caffè o yoghurt della colazione. Insoliti, ma deliziosi! Per prepararli ho utilizzato le rape rosse, di quelle che si comprano confezionate sottovuoto che, ahimè, stavano andando a male in frigo e così ho approfittato per questo esperimento riuscito alla grande 😉

Ingredienti:
200gr di rape rosse lessate
200gr di farina 00
150gr di zucchero
2 cucchiai di olio evo
1 uovo
1 bustina di lievito per dolci
75gr di uvetta
cioccolato fondente a scaglie qb
3 cucchiai di cacao amaro in polvere
cannella

Procedimento:
Grattugiare grossolanamente le rape rosse in una ciotola, incorporare l’uovo e lo zucchero. Aggiungere l’olio e mano mano la farina unita alla bustina di lievito. Impastare il tutto, aggiungendo per ultime l’uvetta, il cioccolato, il cacao, una spolverata di cannella fino a ottenere un composto omogeneo. Mettere l’impasto nei pirottini da muffin e infornare per 45 minuti a 180°C, lasciando raffreddare in forno a cottura ultimata.

Prima di infornare

Beetroots and chocolate muffins

Ingredients:
200gr pre-cooked beetroots
200gr white flour
150gr sugar
2 tablespoons olive oil
1 egg
1 sacket baking powder
75gr raisins
chocolate chips
3 tablespoons of bitter cocoa powder
cinnamon

Proceeding:
Grate beetroots in a bowl, mix with egg and sugar. Add oil and the flour with the baking powder gradually. Stir until you get a soft paste, adding raisins, chocolate chips, cocoa powder and cinnamon at last. Put the paste in muffin-tins and cook at 180°C for about 45 minutes, let them cooling in the oven.

Ready!

Bon appetit!

Colonne sonore cinematografiche: le migliori 50.

Date un’occhiata alle migliori 50 soundtracks cinematografiche di tutti i tempi andando qua http://www.shortlist.com/entertainment/50-coolest-movie-soundtracks e spulciando le vostre preferite! Le mie favorite? Beh, da grande tarantiniana, Misirlou e Stuck in the middle with you non potevano di certo mancare, oltre ai grandi successi di Gimme me some lovin, a cui avrei sostituito la bellissima Everybody need somebody to love dei celeberrimi Blues Brothers, Lust for life di Iggy Pop che accompagna i deliri di Marc Renton, il magnifico Ennio Morricone, che qualsiasi musica incida è delizia per le mie orecchie e i fantastici Bee Gees che con Stayin’ Alive ci hanno fatto muovere il bacino come John Travolta nella Febbre del sabato sera.
Cosa sarebbe il cinema senza musica…

World Press Photo 2012: le mie preferite.

La fotografia mi affascina, riesce a catturare quell’istante e custodirlo per sempre in un fotogramma che andrà incorniciato e sfoggiato sui caminetti delle case, tra le righe di un quotidiano, nelle sale di un museo o imprigionato nelle pagine di un diario personale. Oggi sono capitata sul sito dell’Internazionale e ho curiosato tra i vincitori del World Press Photo, fondazione olandese dedicata alla fotografia giornalistica che ogni anno organizza un contest delle migliori immagini scattate in giro per il mondo. Ho voluto scegliere le mie preferite per ogni categoria della competizione di quest’anno. Temo che dilungarsi ancora a parole non serva, gli scatti parlano da sè, anche se attendo i vostri pareri in merito.

Twitter-mania.

Fino a un anno fa si chiedeva “Ehi, ma ce l’hai Facebook?” a cui seguiva una impellente quanto quasi nevrotica ricerca del profilo della persona in questione sul noto social network per inoltrargli la fatidica “Richiesta di amicizia”, dopo aver superato le vecchie e nobili maniere del chiedere il numero di cellulare e avendo riposto il telefono in un cassetto polveroso della cantina. Si, il telefono, quello che se non ci infilavi tutto il polpastrello e la falange dentro non ce la facevi a comporre il numero e quando riattaccavi dovevi passare mezzora a disintorcigliare (perdonate il neologismo) il filo. Mentre ora sempre più spesso sento dire “Twittami!” o “Followami!”, termini che sembrano usciti fuori da un computer di Wall Street piuttosto che dalla bocca di noi comuni mortali. Twitter. L’uccellino blu che ancora non è entrato a cinguettare nella mia vita, per fortuna. Mi sono incuriosita e sono andata a guardare qualche profilo twitter, sia di persone note che di youtubers e devo dire che la cosa che mi ha colpito è stata la poca fantasia dei tweets. O sono i classici auguri di buona giornata/pranzi/cene/pomeriggi/notti e quant’altro, o lamentele, o aggiornamenti in tempo reale di ciò che la persona sta facendo o commenti su programmi televisivi o partite sportive che si stanno seguendo. E il mio commento è stato: in primis “…e al popolo?!”, perdonatemi, ma cosa dovrebbe importarmi se Tizio sta andando a lavoro in scooter e si farà risentire dal suo ufficio o Caio si sta pulendo le scarpe dopo essere entrato in casa perchè fuori piove a dirotto? Poi ci lamentiamo e vogliamo essere tutelati tanto nell’ambito del rispetto della privacy e andiamo a scrivere tutte le nostre minime azioni sul web dove ogni persona dotata di computer e connessione adsl può leggere? Ma vogliamo parlare delle foto caricate? Gordon Ramsey o Rachael Ray potrebbero scegliere le immagini per le loro pubblicazioni culinarie se facessero una capatina su Twitter! Tutti che uppano la foto del loro pranzetto, cenetta, colazione, merenda, spuntino di mezzanotte! Incredibile! Fanno seguito le foto a caso scattate quando si è dal parrucchiere, ci si sta facendo uno maschera al viso dal colore poco invitante, si sta camminando in mezzo al traffico cittadino, si sta aspettando il tram o la metro per tornare a casa o l’aereo a ritorno dalla vacanze. Potrei continuare per ore, ma preferisco lasciarvi scoprire il mondo di Twitter da soli, senza poter godere, purtroppo, dei vostri sopraccigli alzati quando noterete la poca creatività e l’ostentazione della quotidianeità sul sito. Come mai questa nuova tendenza? Sentiamo proprio il bisogno di comunicare a tutti ciò che stiamo facendo? Cos’è, solitudine o bisogno di sentirsi famosi per 5 minuti sul web?
Genesi di un tweet

 

La bicicletta elettrica. Parliamone.

Un ossimoro. Come il ghiaccio bollente, il fuoco freddo e l’amara dolcezza… così appare ai miei occhi la bicicletta elettrica. Una cosa mi incuriosisce sopra a tutte le altre: perchè anche uno dei mezzi più puliti e salutari del mondo si è dovuto dotare di un motorino elettrico per aiutarci nel funzionamento dello stesso? Anche se, nel caso della bicicletta con pedalata assistita (che dolore nello scrivere queste parole ahi ahi ahi) si attiva soltanto ad una velocità inferiore ai 25km all’ora, cosa ce ne facciamo di un marchingegno, elettrico, che ci aiuta nelle salite e nelle asperità che ritroviamo nelle nostre strade cittadine, il più delle volte dissestate? Piuttosto, cosa ce ne facciamo di una bicicletta elettrica se manco sappiamo usare quella normale? Credo che molti fruitori non si rendano conto che in fondo è pur sempre una bicicletta e non un motorino più figo e leggero. E poi, se dobbiamo affrontare una salita, cosa c’è di più comodo che scendere dal sellino, impugnare il manubrio con le nostre manine e proseguire a piedi fino a termine del percorso?
Parlo io, da mezza olandese (…sarà per questo che adoro così tanto la bici?!), che mi muovo con una Gazelle vecchio stampo, tutta mezza sverniciata poverina (sennò me la prendono in prestito senza chiedere il permesso, per non usare altre parole…) che ad intervalli di quattro o cinque pedalate emette una cigolante sinfonia. Ma lei è una bicicletta. Una signora bicicletta in ottima salute meccanica. Senza tante menate di pedalate assistite o motorini elettrici che mi farebbero sentire un po’ incapace.
Tra l’altro… Parlando per la nostra cultura italiana, che se non ci spostiamo in macchina anche per andare in bagno ci sentiamo male (dai, non tutti, ma la maggioranza, ammettetelo), cosa ce ne facciamo di biciclette elettriche se nemmeno abbiamo le piste ciclabili, o quelle che esistono sono pressochè una striscetta di asfalto a bordo della carreggiata, piene di buche e tombini?
Hai voluto la bicicletta? … E ‘mo pedala!

 

Sulla bellezza. Sull’essenza.

Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che… è moda.
Il vecchio detto si è trasformato: non è più bello ciò che piace, ma ormai se non sei trend sei out, tanto per usare questi termini anglosassoni riadattati alla nostra tradizione. Anche se, perdonatemi, questa nuova pandemia ci sta portando ad essere un gregge di pecorelle smarrite nei loro ideali, uniti solo da comuni stereotipi e modelli da rispettare come una legge insita e tacita nella società. Mi capita spesso, tutti i giorni ormai, di vedere come se non sei alta e magra, non indossi quel cardigan o quel tacco appena messo in vetrina nel negozio del centro, se non hai il cellulare touch ultimo uscito in una mano e la borsina di marca nell’altra sei pressochè un outsider, un ribelle. Ma dall’altra parta, se sei ribelle, ti etichettano allo stesso modo come anticonformista perchè persegui l’ideale comune di andare contro questa epidemia dell’essere figo e all’ultimo grido. Potrei sembrare cinica, ma per me ognuno può andare in giro come vuole, calandosi nei panni della sosia di Kate Moss, come camminare per strada emulando John Lennon o Kurt Cobain, ma questo fenomeno dove ci sta portando? Vogliamo soltanto apparire così per celare la nostra vera essenza fragile e caduca? Ci vergognamo a remare contro queste mode in solitaria?
Essere se stessi dovrebbe tornare di moda. Essere veramente se stessi, mi correggo. Non essere se stessi interpretando qualcun altro, altrimenti sarebbe una recita, un teatrino di marionette mosse da una mentalità omologatrice.  Dovrebbe anche tornare di moda il concetto di bellezza mera e semplice. Una bellezza sana e non dettata anche lei, ahimè, dalla moda. Una bellezza che sia espressa con la vera essenza di ognuno di noi: sia essa fragile, misteriosa o ribelle. Così potremmo dire che siamo veramente e solamente noi. Ma forse la paura maggiore è quella di sentirsi poi soli, isolati nella nostra essenza e minacciati dall’angoscia di non essere accettati dagli altri. E qui rispondo: Siate voi stessi, in ogni giorno della vostra vita, in ogni rapporto con gli altri perchè solo così potrete essere belli e semplici, senza dovervi nascondere sotto vestiti e accessori e senza dover essere soggetti a queste futili norme di apparenza.