CoNVivenza o coNNivenza: that’s the question!

Incuriosita da alcuni blog e articoli trovati in rete riguardanti la convivenza tra giovani e studenti in Italia o all’estero, mi lancio anch’io nell’impresa di dedicare un post alla convivenza tra noi giovani. (o perchè no, magari pubblicare qualcosa più spesso in merito alla questione e dedicargli un’intera categoria, che dite?)
Convivenza o connivenza, ho intitolato così l’articolo proprio per le due facce della stessa medaglia. Convivere è sinonimo di vivi e lascia vivere  nel dizionario di gran parte di noi comuni mortali, o almeno mi auspico che lo sia. Ognuno ha la sua stanza, o al massimo la spartisce con una o due persone, presumibilmente già conosciute, e si condividono gli spazi comuni di cucina, sala e bagno/i. Donne, uomini, poco importa, l’importante è andare d’accordo, sessismi a parte. Ma sulle dinamiche che si scatenano tra caratteri che abitano sotto uno stesso tetto bisogna andarci con i piedi di piombo. Eh si, perchè è curioso vedere come una persona la conosci almeno mille volte meglio vivendoci insieme. Provare per credere. E vedere che quella persona (o quelle se più di una, casomai)  che prima ci sembrava la più simpatica e brava del mondo, in realtà ne scopriamo dettagli impercettibili che alla lunga ci vanno sulle scatole e non riusciamo più a tollerare. E i fornelli lasciati sporchi dopo aver lavato (forse) i piatti, e la musica alta a orari improbabili o mentre stai studiando, e il lasciare la finestra chiusa dopo essere stati al bagno con conseguente svenimento di chi arriva dopo, e il cestino strapieno lasciato al suo triste destino di non essere svuotato… Potrei continuare per ore. Ma se c’è una cosa che adoro notare sono i pasti consumati con i conquilini. E lì capisci veramente con chi abiti. C’è il coinquilino che cucina e fa mille altre cose, oltre che raccontarti tutta la sua giornata e chiederti come stai, ti fa sentire quasi coccolato e a casa, sebbene di casa tua non si tratti. Poi c’è l’esatto opposto, il coinquilino che se ne sta lì con lo sguardo fisso nel suo piatto quasi a contemplare la sua vita nel candore della ceramica marchiata IKEA, che magari nella sua mente si configura come una palla di vetro degna di un chiaroveggente, finito di mangiare, dopo aver sospirato a intervalli regolari o meno in relazione alle sue ascesi spiritiche suggerite dal piatto o dalla cena, se ne va quasi di soppiatto come un cane bastonato. Disagio. C’è poi l’amante dei telefilm, che non finisce di emozionarsi mentre racconta l’ultima puntata della sua serie preferita, o il nerd che ti comunica a che livello è evoluto il suo personaggio su WOW o quanti nemici ha ucciso mentre CODdava, dondolando la forchetta come affetto da nevrosi. E l’ossessivo amante dell’ordine e della pulizia, che colleziona spugnette e detersivi sotto il lavabo manco fossero le figurine dei calciatori Panini, e la bellona che perde tempo a specchiarsi e profumarsi due ore prima di andare all’università, manco dovesse andare al concorso di Miss Italia. E i festaioli che ritornano dalle loro bevute goliardiche in centro sentendosi male sulla porta di casa… E poi ci sono i tipi tranquilli, che dialogano nella giusta misura, che non si sbilanciano più di troppo, concedendo quel minimo di confidenza per non minare la riservatezza propria e degli altri, che rispettano i turni delle pulizie e che non si fanno troppi problemi dei difettucci degli altri. Menefreghisti? Naaaa, riservati e rispettosi, piuttosto. Ma sempre con il sorriso sulle labbra, nè ipocrita nè forzato. Semplice. Pronti ad ascoltare sempre tutti e tutto. Ecco qua la connivenza. Connivenza (dal latino coniveo: letteralmente “chiudere gli occhi”) si, perchè di ciò si tratta, di chiudere almeno un occhio e andare avanti, per il quieto vivere di tutti tra le medesime mura.